La ricercatrice inviata in Antartide grazie alla Lechner si racconta

Ha saputo trasmettere il suo entusiasmo, la sua passione, a far capire quanto sia utile, anche per noi, di­fendere l’ecosistema, la natura. Lo ha fatto Alice Guzzi, giovanissima biolo­ga, studentessa all’Università di Genova in Scienze della Terra e del­l’Ambiente ma, soprattutto, facente parte della spedizione ‘Icebergs 2’ in Antartide. 

Una spedizione voluta in particolar modo dal Cile e dalla Gran Breta­gna ma nella quale vi partecipano scienziati provenienti da ogni parte del inondo. 

Alice Guzzi lo ha fatto nella relazione che ha tenuto giovedì 2 settembre a villa Pomela, in un appun­tamento voluto dal Rotary club Gavi­-Libarna e dalla ditta che contribuisce alla spedizione, la Lechner di Arquata. La relatrice è stata introdotta da Oreste Marchesi, presidente del Rotary Club Gavi-Libarna.
Alice Guzzi, all’inizio, ha spiegato le differenze intercorrenti tra l’Artide, ovvero il Polo Nord, e l’Antartide ovvero il Polo Sud: oltre che la storia di quest’ultimo, le spedizioni che all’inizio del Novecento vi hanno avuto luogo, con il norvegese Amudsen che per primo lo raggiunse. 

La studiosa ha quindi ricordato come nel 1959 sia entrato in vigore un tratto internazionale, nel 2015 riconosciuto da 53 Paesi, in base al quale l’Antartide vien riconosciuta come terra di nessuno e sono stati banditi test nucleari e militari. 

Alla giovane studiosa abbiamo posto alcune domande alle quali ha risposto con grande disponibilità.

 Che cosa l’ha colpita maggior­mente quando è arrivata in Antar­tide?

«Sicuramente l’arrivo a Marian Cove, primo sito antartico di lavoro e trovarlo quasi completamente senza ghiacci è stata una doccia fredda, non era esattamente l’idea di Antartide che credo immaginiamo. Un’al­tra cosa che mi è rimasta di questa spedizione è il silenzio, rotto solo da qualche pinguino infastidito dalla nostra presenza o dalla collisione della nave con i pezzi di ghiaccio». 

Ci può illustrare in che cosa consiste il suo lavoro? «La spedizione coinvolgeva attività inerenti alla biochimica, biologia, geologia e oceanografia. Nel mio caso principalmente a bordo mi sono occupata della componente biologi­ca quindi della raccolta e analisi degli organismi marini presenti nelle aree d’interesse>>. 

Quante persone fanno parte del progetto ‘Icebergs2, di quali nazio­nalità e come è organizzata la vostra giornata? 

«Ogni anno il team di ricercatori della spedizione cambia a seconda del tipo di attività che viene svolta, difficile quindi dare una stima esatta ora del numero di persone che insieme a me parteciperanno alla prossima spedizione. A bordo della James Clark Ross solitamente il team scientifico è composto da una trentina di ricercatori e ingegneri a cui va sommato il personale di bordo». 

Che cosa le piace di più di questa esperienza e quando è nato in Lei il desiderio di volerla realizzare?

È un sogno nel cassetto che coltivava quando ancora era una bambina ? 

«L’interesse è nato quando, da piccola, sono rimasta affascinata dalle immagini dei documentari sull’Antartide, in particolare le riprese subacquee che ritraggono l’incredibile ricchezza di organismi delle acque antartiche». 

Quanto tempo è stata via con la spedizione? Le sono mancati i suoi familiari?

La spedizione e’ durata tutto il mese di dicembre, ovviamente viste le numerose festività del periodo, la distanza da casa si e’ sentita, ma senza arrivare a livelli insostenibili’. Il gruppo di lavoro era molto affiatato e abbiamo trascorso il giorno di Natale tutti insieme, senza turni di lavoro. Inoltre per celebrare il Natale anche a bordo della nave abbiamo organiz­zato un ‘Babbo Natale segreto’. Prima della partenza ognuno di noi ha messo in valigia un regalo e la matti­na di Natale abbiamo assegnato i do­ni in modo casuale. Io ho ricevuto delle fantastiche lucine di Natale da barba ma, non avendo una sviluppa­ ta peluria sul mento, sono diventate un originale cerchietto per capelli a tema natalizio». 

Come è stato possibile il coinvolgimento della Lechner nella spedi­zione?

«In merito a questa domanda pre­ ferirei semplicemente dire che, visto l’ interesse per l’ambiente dell’azienda e il continuo loro impegnarsi nel ridurre il loro impatto ambientale hanno accolto la proposta di sponso­rizzazione». 

Quando ha fatto il suo intervento nell’ambito della manifestazione rotariana ha dato l’impressione di una giovane donna che realizza il suo lavoro con una passione notevole. È così? Come vorrebbe il suo futuro lavorativo?

«Sono felice che questa mia passione si veda anche dall’esterno. Ho lavorato come tesista al Museo Nazionale dell’Antartide, sezione di Genova, per quattro anni con la voglia di ottenere questo risultato e credo che se l’ho raggiunto è anche grazie alla formidabile guida del Professor Stefano Schiaparelli che mi ha insegnato tutto quello che so. Un domani chissà, non faccio progetti troppo in anticipo perché ho visto che basta un’istante per ritrovarsi dall’altra parte del mondo a bordo di una nave. Per ora l’Antartide resta un punto centrale nel mio futuro con il dottorato, dopo di questo… si vedrà». 

Lei nell’ambito della relazione al Rotary ha parlato della devastazio­ne ambientale e dei pericoli che corre il nostro ecosistema. Si può fare qualcosa e che cosa per ovviarvi? 

«Indubbiamente anche nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa, far capire ai ‘grandi’ che ci vuole un ap­proccio diverso ai temi ambientali. Facendo capire tutto quello che stia­mo perdendo, forse irrimediabil­mente. E ci vuole anche una forma­zione, un’educazione sui temi ambientali». 

C’è un’altra donna che partecipa a spedizioni in Antartide: Paola Ri­varo. L’ha conosciuta? 

«Non ho avuto il piacere di parte­cipare a una spedizione con lei ma ho avuto l’onore di essere una sua studentessa in quanto è l’insegnante del corso di Oceanografia chimica all’Università di Genova. Per tutti noi è una leggenda, oltre a essere una grande professionista nel suo settore è un’ottima insegnante in grado di trasmettere a tutti noi la sua passio­ ne». 

F ra i principali finanziatori della spedizione e del progetto di cui ha fatto parte la piemontese Alice Guzzi, studentessa all’Università di Genova in Scienze della Terra e dell’Ambiente e che sullo scorso numero di Panorama di Novi avevamo raccontato, colpisce il nome della ditta Lechner spa. A Villa Pomela è stata la nuova generazione della fami­glia che da 99 anni (il prossi­mo anno si festeggia il cente­nario dalla fondazione) gesti­sce la società che porta il suo nome a far capire in che dire­zione va l’azienda: nel corso della serata organizzata dal Rotary Club Gavi-Libarna pre­sieduto da Oreste Marchesi, le parole di Marta e Vittoria Le­chner e dei responsabili della Lechner intervenuti hanno colpito per professionalità e competenza. Pur avendo una dimensione internazionale, Lechner è azienda che ha ra­dici saldamente locali: d’al­tronde, chi da quasi un secolo ha scelto di investire sul e per il territorio è ormai parte inte­grante del tessuto economico e sociale della zona perché l’azienda di Rigoroso, frazione d i Arquata, è fra le imprese più marcatamente a vocazione territoriale. Dal personale agli investimenti sullo stabili­mento, Lechner spa ha sempre puntato su questo fazzoletto di Piemonte nel segno di una continuità d i proprietà che si tramanda di generazio­ne in generazione, di padre in figlio, dal fondatore Ernesto Lechner al figlio Bruno fino al nipote Paolo che dal 1989 ha le redini della società e che nell’ultimo periodo ha inseri­to in azienda le sue figlie Mar­ta, Carola e Vittoria. Per l’azienda arquatese i numeri sono importanti: 22.000 metri quadrati di superficie (4.000 coperti), 8.500 tonnellate di merce all’anno, 30 dipendenti dall’età media bassa,35 agenti sparsi per l’Italia, due export manager, ma soprattutto tanti investimenti per la formula­zione di soluzioni innovative per l’industria navale e nel settore dei prodotti per l’edili­zia tradizionale per soddisfare le più svariate esigenze, dagli adesivi per le pavimentazioni resilienti ai livellanti e ai con­solidanti per sottofondi, dai prodotti per l’incollaggio del legno ai fondi e alle vernici p er il suo trattamento, fino al­ la nascita nel2012 di una nuo­va divisione, il Drenatech, pavimentazione drenante p e r esterni che presto si impone nel proprio settore commerciale anche perché il nuovo genere di lavorazione della Lechner spa ha importanti ca­ratteristiche ambientali. Stendendosi a freddo e con un mix di inerti naturali e resine speciali, il Drenatech• non svolge una funzione impermeabilizzante e permette all’acqua di filtrare nel terreno continuando così il naturale ciclo idrogeologico. L’ultimo arrivato ha contribuito a elevare i numeri e la qualità dell’offerta di Lechner che su 60 prodotti commercializzati può vantarne 40 a basso impatto ambientale anche per merito dei 2,5 milioni di euro investiti i in ricerca e sviluppo. A meno di un anno da un compleanno speciale, la scommessa dell’azienda arquatese può dirsi vinta. Senza delocalizzare, rimanendo fe­ dele al territorio che l’ha accolta, Lechner viaggia verso il centesimo compleanno guar­dando al futuro, mica poco di questi tempi.